01/12/2010 News da Federcampana
Il Disagio “della” Piana

Pubblicata l’indagine sociale, commissionata dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Battipaglia con la collaborazione di Fondosviluppo, sul disagio sociale nella Piana del Sele.
 
Dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Battipaglia raccontano, presentando l’importante iniziativa sociale che ha raccolto unanimi consensi a tutti i livelli, che quando all’inizio del 2009 la Banca presieduta dal presidente Petrone si interrogava attraverso i suoi organismi rappresentativi sull’efficacia dell’intensa campagna di “finanza solidale” intrapresa soprattutto negli ultimi tempi con l’intento di essere affianco delle categorie sociali più in difficoltà, da più parti traspariva la sensazione che il reale polso della situazione in materia di nuove e vecchie povertà non era rilevabile con esattezza. Il sommerso, il non conosciuto, il dis-conosciuto, sembravano nettamente avere la prevalenza su quanto era invece ufficiale. Sia da parte dei Soci, sia da parte dei clienti, sia da parte di quel privato sociale con cui la Banca da anni collabora, veniva unanime la richiesta di dati più certi della situazione. Mancavano gli strumenti. Gli uffici istituzionali, oberati da una quotidiana emergenza e da un organico estremamente carente, non riescono a sondare efficacemente il territorio. Il Volontariato, dal canto suo, è preso nella quasi totalità da quel essenziale compito di supplenza che gli impedisce di fatto di poter programmare ricerca. Ecco, quindi, che nasceva l’idea della ricerca sociale.
Gli “ingredienti” necessari furono subito individuati. Un territorio campione. Un esperto che potesse avvalersi anche di una valida equipe di supporto. Un obiettivo ben preciso: “mappare” qualitativamente la situazione del disagio sul territorio, per offrire a tutti coloro che devono operare in questo campo un valido strumento di supporto al loro lavoro. Il tutto suffragato da quanti più dati possibili e da una testimonianza video con alcuni contributi significativi da lasciare come traccia, ma anche da far usare ovunque ve ne sia necessità (scuole, comunità, istituzioni, mezzi di comunicazione,…).
L’indagine è stata affidata a Massimo Corsale, docente ordinario di Sociologia presso l’Università La Sapienza di Roma e presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli, ma con una significativa e lunga esperienza sul campo nei nostri territori per aver lavorato tra l’altro presso l’Istituto di Osservazione Minorenni di Eboli (l’ex carcere minorile) e per aver insegnato anche presso l’ateneo salernitano. Corsale ha potuto contare su una valida equipe da lui individuata e composta da Lorenzo Gigliotti, regista e docente universitario egli stesso, Ugo Prudente, Sociologo e Mariarosaria Paesano, psicologa.
Il lavoro che ne è scaturito, frutto di una ricerca durata un anno e che ha portato gli esperti ad intervistare, analizzare, sezionare, studiare un territorio estremamente particolare com’è quello preso in esame, ha offerto spunti di grandissimo interesse che sono stati presentati nel corso di un convegno tenutosi lo scorso 29 novembre e a cui hanno partecipato, oltre agli autori del lavoro, anche Don Vincenzo Federico,  Delegato regionale Caritas Campania e Claudia Benedetti, Responsabile della Funzione Comunicazione, Identità e Social Banking della Federazione Italiana delle Banche di Credito Cooperativo. Il tutto moderato dal Direttore del periodico finanziario Il Denaro, Alfonso Ruffo.
 
Il quadro presentato sia nel documentario del dott. Gigliotti, che nelle conclusioni alla ricerca del prof. Corsale, è quello di una realtà territoriale che, pur non essendo caratterizzata da episodi di povertà estrema, soffre delle cosiddette “nuove povertà” e delle modifiche dei comportamenti delle strutture di base, come ad esempio “la famiglia” che, pur mantenendo le caratteristiche classiche che nelle nostre zone – quelle del clan nell’accezione non malavitosa, come ha spiegato Corsale – si ritrovano a scontrarsi con realtà sociali di cambiamento che ne minano il ruolo. Discorso ben più duro quello sulla classe politica e sulla sua incapacità ad incidere in modo positivo sulla crescita anche sociale dei territori e che permettono – ad esempio – scelte urbanistiche che non aiutano le collettività. Una passaggio significativo la ricerca lo fa sulla questione degli immigrati, dove Corsale si chiede quanto alcuni atteggiamenti nelle nostre realtà siano dettati da una forma di razzismo diversa da quelle solite. E il riferimento è ai lavori che vengono fatti fare agli immigrati. “Il concetto di dignità del lavoro è importante – ha ribadito il docente universitario – così come lo sono le condizioni di lavoro e la retribuzione”.
Sono tantissimi gli spunti ed i numeri della ricerca – raccolti in un bel volume disponibile per i Soci, ma che sarà distribuito soprattutto alle Istituzioni e alle Scuole – e nella discussione, moderata in modo mirabile dal direttore de “Il Denaro”, Alfonso Ruffo che ha saputo cogliere e far cogliere le peculiarità della serata, sono venute fuori alcune interessanti considerazioni da parte di Claudia Benedetti di Federcasse e di don Vincenzo Federico, delegato regionale della Caritas. La Benedetti, dopo essersi complimentata con il lavoro dei ricercatori e con la banca per la coraggiosa iniziativa intrapresa, ha sottolineato come sia “importante questo agire contro la rinuncia e oltre la denuncia” rappresentato proprio da lavori come questo. Interessante la provocazione della Benedetti nel rivisitare alcune parole chiave per un “nuovo vocabolario”: “Bisogna passare da conoscenze a conoscenza, e qui c’è il discorso della qualità della scuola e del merito; da il potere al poter; da confusione a con-fusione, fondersi con; da sostare a so-stare”. E qui la Benedetti ha ricordato un dato recente reso noto da Svimez in cui si evidenziava come nel 2004 il 25% dei giovani laureati del Sud con il massimo dei voti partiva e che 3 anni dopo, nel 2007, quella percentuale già drammatica era passata al 38%.
 
Molto importante anche l’intervento di don Vincenzo Federico che ha sottolineato, oltre ai problemi, le risposte che soprattutto dal mondo cattolico e dal volontariato continuano ad arrivare. Il ruolo della Cooperazione di Credito in questo ambito è fondamentale, così come le sinergie da attivare.
 
Significativo l’intervento dell’Assessore al Bilancio della Provincia di Salerno, Antonio Squillante che ha plaudito l’iniziativa e sottolineato l’impegno della Provincia in questi settori. Numerosi anche la presenza di altri Amministatori locali, tra i quali il Sindaco di Battipaglia, Giovanni Santomauro.
 
Le conclusioni sono arrivate dal presidente della Banca, Silvio Petrone, che, con estremo pragmatismo, dopo aver evidenziato quante siano le emergenze e le cose da fare, ha fatto appello a tutti, a partire dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Battipaglia, di iniziare a farle le cose più che a lamentarsi. “Se solo risolvessimo un piccolo problema al giorno, sarebbero 365 problemi all’anno risolti. Noi, come Banca, - ha concluso Petrone – intendiamo continuare a fare la nostra parte. L’esperienza di questo lavoro non vuole esserne solo la testimonianza, ma anche l’invito a costruire insieme”.
 
 
 
 
Stralci della ricerca
 
Il Territorio
 
I principali centri urbanizzati dell’area (Battipaglia, Eboli, Bellizzi, Pontecagnano),
prescindendo dall’eventuale presenza di centri storici (come ad esempio ad Eboli),
assomigliano sostanzialmente alle periferie delle grandi città, italiane e non solo:
grandi edifici abitativi, disegnati per lo più senza fantasia, allineati secondo i criteri
del massimo sfruttamento delle aree fabbricabili, senza un disegno urbanistico in
cui si tenga conto di punti di riferimento che diano un senso ai percorsi di vita degli
abitanti (piazze, giardini, centri commerciali, luoghi di ritrovo e di aggregazione
nonché per lo svolgimento di attività culturali, ma soprattutto luoghi simbolici in
cui i cittadini si riconoscano come membri di una collettività determinata).
In genere, quando si parla di aree abitative di questo genere si usa l’espressione
“quartieri dormitorio”; e la definizione della sua città data da un ragazzo di Bellizzi
la confermerebbe molto efficacemente: “il paese delle otto e mezza”, alludendo
al fatto che a quell’ora gli abitanti si chiudono in casa lasciando padroni della strada
i ragazzi un po’ sbandati, i quali a loro volta si trovano privi di punti di riferimento
significativi (che li aiutino a costruirsi un senso positivo per il loro vissuto). A ben
guardare però nelle società moderne la separazione sistematica tra luogo di abitazione
e luogo di lavoro fa sì che la maggior parte dei quartieri residenziali possa essere
considerato come un dormitorio. In fondo anche un quartiere di villini funziona
come un dormitorio. La vera caratteristica che distingue un quartiere ghetto da uno
residenziale è piuttosto la qualità edilizia, accompagnata dalla densità abitativa e
dalla quantità di verde. E sotto questo profilo la situazione dei maggiori centri abitati
della Piana (e in particolare di Battipaglia e Bellizzi) lascia molto a desiderare.
Alle armonie spontanee dell’architettura e dell’urbanistica tradizionali (anche nelle
aree povere e periferiche: pensiamo ai paesini di montagna, anche del territorio circostante
la Piana), è subentrata l’incapacità di fronteggiare la pressione dei “grandi
numeri” conservando gli equilibri. Basterebbe confrontare l’armonia del centro storico
di Eboli (finalmente recuperato) con lo squallore dei centri abitati costruiti nel
XX secolo, con particolare riferimento a quelli che precedono il terremoto del 1980.
Una componente del disagio è certamente costituita dalla necessità di vivere aggirandosi
tra manufatti approssimativi e informi, affastellati in maniera casuale. (…)
 
(…) Insomma, si può parlare nel nostro caso di un primo tipo di disagio, quello derivante
dal brutto che ci circonda. Si tratta di un disagio sordo, generalmente inconsapevole,
ma certamente vissuto e tradotto in comportamenti collettivi caratterizzati da
scarso senso civico.
 
 
 
 
Economia e Politica
 
(…) Infatti dalla ricerca emerge che la politica, nel nostro territorio, è concepita essenzialmente
come attività volta a occupare cariche per ricavarne prestigio e vantaggi
materiali per sé, per i propri familiari e per i membri della propria clientela (che costituisce
lo zoccolo duro del proprio elettorato, il quale a sua volta consente al politico
di esercitare pressione sul suo partito di riferimento per potenziare il proprio
ruolo). La società civile è imbricata in questo sistema di clientele, da un lato grazie
al ruolo esercitato dai clan familiari, e dall’altro al ruolo di coloro che gestiscono
pubblici poteri in quanto erogatori di risorse (finanziamenti, appalti, agevolazioni,
pensioni ecc.). Le organizzazioni politiche sono apparati di copertura di questa rete;
non svolgono alcun ruolo di elaborazione programmatica nell’interesse della collettività,
e tanto meno di formazione di un ceto politico moderno e universalisticamente
orientato. (…).
 
 
 
Immigrazione
 
(…) Qui ci troviamo di fronte a un altro luogo comune: dobbiamo accogliere bene gli
immigrati perché ne abbiamo bisogno, la nostra economia non potrebbe funzionare
senza di loro. Di fatto, è vero che essi svolgono una serie di compiti che una volta
erano svolti da italiani e oggi non più: dalla collaborazione domestica alla raccolta
dei pomodori, fino alla manovalanza nell’edilizia, e tanti altri ancora.
Ma la cosa paradossale è che chi sostiene queste tesi (anche alcuni dei nostri intervistati)
lo fa schierandosi in difesa degli immigrati, ma con un argomento tipicamente
razzista. Infatti egli sostiene che costoro fanno quei lavori che nessuno dei
nostri farebbe, o fa: senza pensare però che, se si tratta di lavori vergognosi, non
dovrebbe farli nessuno; mentre se sono dignitosi, perché i nostri non li fanno? Forse
perché sono mal pagati? Allora vuol dire che i “diversi” debbano, o possano, essere
pagati meno dei nostri. Che dire? (…)
 
 
 
 
Giovani
 
(…)Non è un caso quindi che dall’indagine diretta condotta in alcune scuole secondarie
superiori risulta chiaramente che il clima educativo all’interno della scuola è tendenzialmente
povero di entusiasmo. Tra i docenti, comprensibilmente, predomina
un atteggiamento apparentemente contraddittorio: da un lato, alte aspettative (la
cui eventuale soddisfazione li gratificherebbe professionalmente e moralmente),
ma dall’altro un diffuso pessimismo circa le effettive chances che tali aspettative
siano soddisfatte. Perché ovviamente ai risultati dell’azione educativa sono destinati
a contribuire decisivamente i ragazzi.
I ragazzi realmente interessati a un apprendimento inteso come esperienza stimolante
sono “mosche bianche” e in linea di massima provengono da famiglie acculturate.
Gli altri vivono la scuola come un dovere, da alcuni accettato alquanto
passivamente, da altri vissuto come una malattia esantematica (un inconveniente
dell’età), da altri ancora utilizzato come opportunità per mettere alla prova soprattutto
la propria attitudine a imporre la propria personalità nelle relazioni interpersonali.
E ovviamente i professori vivono questa situazione in termini speculari: alcuni tirano
ad assolvere i propri compiti col minimo sforzo, altri vivono con disagio la mancanza
di gratificazioni che un lavoro con scolaresche di questo tipo comporta; pochi poi
accettano di buon grado il compito di operatori sociali che in effetti si richiede a
docenti operanti in scuole periferiche rispetto alla società post-industriale globalizzata:
compito che del resto si richiede a tutti i docenti operanti in aree socialmente
degradate, anche nelle grandi metropoli centrali del mondo industrializzato, ma
che non casualmente è vissuto come poco allettante anche da questi ultimi.
I giovani in età e in condizione scolare dal canto loro, anche nel nostro territorio,
costituiscono una categoria assai differenziata al proprio interno: tra quelli appartenenti
alle varie fasce sociali e culturali, nonché tra ragazzi e ragazze, ma ciononostante
esistono certamente alcuni problemi che li accomunano e spiegano alcune
vistose uniformità di atteggiamento. (…)
 
 
 
Famiglia
 
(…)Testimoni privilegiati dell’area (per esempio, giornalisti) testimoniano che la famiglia-
clan funziona da agenzia di controllo sociale, ma anche da sostegno. E questo
vale nei paesi collinari ancora di più che nei centri della Piana. Per esempio, esercita
un ruolo di supplenza rispetto al sistema dei servizi: le nonne o le sorelle o le cognate
sostituiscono l’asilo nido e spesso anche la scuola materna, e possono comunque
intervenire nel caso in cui i bambini non vadano a scuola perché ammalati
o durante le vacanze. La cura delle persone malate, per non parlare dei disabili o
degli anziani non autosufficienti, grava evidentemente sul clan, pur se per le terapie
vere e proprie esistono anche istituti specializzati (…).
 
 
 
Conclusioni
 
(…) Di certo tutta questa problematica non è specifica della Piana del Sele: essa si verifica
per lo meno in tutto il mondo occidentale oggi. Ma la nostra Piana ne fa parte,
e ci piacerebbe che ne facesse parte in maniera sempre meno periferica (così come
certamente avveniva circa 2500 anni fa, al tempo di Elea e di Posidonia). E non c’è
motivo perché non possa tornare a dare un suo contributo a quello sforzo collettivo
che potremmo chiamare, con mons. Paglia, una nuova “ricerca dell’anima”. Ma la
domanda sulla natura di questa ricerca, e da dove debba cominciare, eccede i limiti
di questo discorso.