17/03/2014 Notizie
“Marchi” di qualità per rendere competitivi i territori
In tempi di non sporadiche campagne di marketing più o meno strumentali, ma in grado di influenzare i processi info/comunicativi, appare sempre più indispensabile accelerare non tanto contro/campagne di marketing - nell’arena mediatica è sempre più difficile ribaltare la “narrazione” che è partita per prima ed ha accumulato senza dubbio un vantaggio competitivo (soprattutto se si basa su messaggi ambiguamente verosimili e non sempre veri) - ma più pragmaticamente percorsi che accertano e certificano la qualità di tutto quello che si intende vendere. Può essere una merce tradizionale, ma anche una filiera produttiva estesa. O anche un territorio in termini di appeal ambientale e ricettivo oppure di capacità attrattiva dal punto di vista dei fattori di competitività. In altre parole, il riferimento ad un “disciplinare” che di per sé garantisce il rispetto di una serie di “standard” di alto livello qualitativo determina una pre/condizione che può fare la differenza.
Appare sempre più chiaro che in attesa di provvedimenti “macro”, capaci, cioè, di rimodellare le “regole” generali e di ridistribuire “pesi” e “misure” sulle spalle dei vari attori che concorrono alle dinamiche di sviluppo socio/economico dei singoli territori, si può certamente immaginare di porre mano “dal basso” ad innescare meccanismi sostanzialmente semplici, che, però, segnalano e valorizzano quelle aree - e quegli agglomerati produttivi - che possono in questo modo dimostrare di avere al proprio interno risorse ed intelligenze almeno in parte sufficienti ad evitare processi ormai in fase di avanzata realizzazione in tante aree del Paese e, soprattutto, del Mezzogiorno. Quali? Desertificazione industriale, fuga di cervelli, sottodimensionamento dell’offerta turistica con conseguente restrizione dei target potenziali; ritardi cronici nei processi di aggregazione del tessuto imprenditoriale con i vari riflessi ad essi collegati (sottocapitalizzazione delle aziende, scarso orientamento ai mercati internazionali, insufficiente impatto nei canali di commercializzazione etc etc).
Di fronte a tale quadro d’insieme manca ancora una presa di coscienza non retorica o, addirittura, non speculativa da parte delle comunità locali chiamate, invece, a rendersi conto che la marginalizzazione di ampie fette di territori del Sud è un dato di fatto, acquisito non solo dal punto di vista delle analisi e degli approfondimenti statistici, ma, evenienza di assoluta gravità, nella percezione diffusa degli stessi soggetti istituzionali ed imprenditoriali che in teoria dovrebbero costituire il bacino di captazione di nuovi investitori pubblici e privati.
E’ del tutto evidente che il primo e più urgente riposizionamento sul “mercato” dei territori ancora capaci di esprimere il valore fondante dell’attrattività risiede nel grado di coesione dei soggetti che rendono vitale ed attiva una comunità produttiva. I particolarismi, i localismi, la conflittualità politica o, peggio ancora, istituzionale non fanno altro che consolidare lo scetticismo dominante da parte dei principali interlocutori nazionali ed internazionali: se non riescono a mettersi d’accordo tra di loro sui minimi requisiti della condivisione delle progettualità per lo sviluppo, perché mai dovremmo avventurarci noi da quelle parti? Anzi, se ancora abbiamo qualche stabilimento/investimento lì localizzato, disattiviamolo in tutta fretta e proviamo a limitare i danni.
E, allora, la strada dei “marchi” di qualità territoriale – al di la dei vari ambiti di riferimento – assume un carattere non solo pienamente operativo e funzionale alla promozione delle “filiere” che si intende prendere in considerazione, ma anche “politico”, nel senso che avvalora l’immagine di comunità produttive che hanno scelto di avere una visione comune rispetto al modello di sviluppo individuato ed insieme “inseguito”.
Se, poi, la “rete” pubblico/privata si concretizza anche in strumenti che portano reale giovamento alle aziende che scendono in campo – attraverso i contratti veri e propri di rete – è un segnale ancora più forte di capacità di auto/rigenerazione di tanti territori che sono in possesso di tutte le risorse per fare fronte alle sfide che arrivano da altri sistemi produttivi più avanzati e meno impaludati in macro/indicatori che sarà lungo e difficile riconvertire in termini - se non positivi - almeno meno negativi.
ERNESTO PAPPALARDO
direttore@salernoeconomy.it